Progetto curato dalle insegnanti Silvestra Pittalis e Giuseppina Porcu
Un modo per
conoscersi e riconoscersi, rendere ogni momento importante... La storia di ognuno
di noi è fatta, anche e sopratutto di tracce di adolescenza. Segni e sogni che
raccontano la vita di tutti i giorni, trasmessi dai testi che i ragazzi svolgono
a scuola.
...I
giovani sono come petali
da lasciare liberi
di volare....
Vogliamo
esserlo nel rispetto di tutti...![]()
Giovani,
cellulari e comunicazione
E’ sempre più facile, oggi, per i ragazzi, fare amicizia, stringere legami nuovi, conoscere persone attraverso le nuove tecnologie: non è più come una volta: ora gli adolescenti si conoscono a scuola, per strada, in palestra, attraverso i cellulari, in internet.
Con i cellulari e con i nuovi mezzi diventa più facile comunicare, dato che non ci si vede faccia a faccia e per questo non c’è alcun imbarazzo: persino chi non accetta il proprio corpo, per esempio, se chatta in internet può, in un certo senso, modificare il suo aspetto con una piccola bugia.
Anche la televisione è diventata un mezzo di comunicazione che non trasmette soltanto; infatti ci sono sempre più programmi nei quali viene dedicato uno spazio ai telespettatori che telefonano per parlare dei loro sentimenti, dei loro problemi, diventando così parte essi stessi di quanto viene trasmesso.
I ragazzi sono stati catturati da tutte queste apparecchiature e dalle nuove tecnologie, ma in tutto questo è il cellulare che la fa da padrone: ogni ragazzo ne deve sempre avere uno a portata di mano e non passa un minuto senza che mandi o riceva un messaggino.
E’ proprio questo il mezzo che più di tutti ha stregato i ragazzi che non riescono più a farne a meno: basta un piccolo sms, uno squillo per far capire all’altra persona “ciao”, “che fai?” “ti sto pensando”, “ti voglio bene”, “esci?”.
Con niente, a volte senza spendere nulla, si riesce a comunicare.
Il più delle volte, nell’invio dell’sms, l’abbreviazione delle parole è imposta dai limiti che riguardano la lunghezza del testo da inviare. Ma l’abitudine delle abbreviazioni ha ormai travolto tutti gli adolescenti: si abbrevia tutto, non solo quando si mandano i messaggi, ma anche quando si parla, si scrive, in casa, fuori, persino nei compiti, a scuola.
Tutto questo penso che sia un’esagerazione. Si, è bello scrivere kf, mandarsi la buonanotte, dirsi tvb, ma è meglio non lasciarsi prendere troppo la mano, soprattutto è meglio non diventare schiavi del cellulare.
A me questo strumento piace molto e lo uso parecchio per i miei messaggi, per fare piccoli squilli, per chiamare, ricevere, senza di lui non so come muovermi e ne ho bisogno dappertutto, tuttavia riconosco che c’è un momento per iniziare e uno per smettere o, almeno, di imporsi dei limiti: infondo è bello conoscersi di persona, dialogare, stare insieme.
È più facile scoprire le persone come sono veramente, ci sono meno rischi ed equivoci derivati da malintese abbreviazioni, nella comunicazione intervengono l’espressione del volto, la gestualità, tutte cose che in un sms mancano.
Perciò penso che, forse, ci stiamo lasciando trasportare troppo da questi mezzi che ci portiamo dietro come se fossero parte integrante del nostro corpo o un accessorio indispensabile o un elemento fisso del nostro abbigliamento. Penso che sia meglio uscire, incontrarsi, vivere la nostra età stando insieme.
Ale
Oggi la moda, soprattutto quella in voga fra i giovani, è basata sul casual, sull’improvvisazione, sull’invenzione creativa che rifiuta regole e condizionamenti. Perciò, a volte, è un modo di esprimersi liberamente, altre, invece, diventa anch’essa un condizionamento.
La moda è particolarmente importante per gli adolescenti; spesso con il proprio modo di vestirsi un adolescente cerca di distinguersi dagli altri, di farsi notare, di comunicare un lato del proprio animo o della propria personalità: se hai un carattere scontroso, triste, malinconico, ti puoi vestire da punk, rigorosamente in nero, con catene, piercing… se hai un carattere estroverso e non segui le regole puoi esagerare con pantaloni, top attillati, minigonne….
A volte la scelta di un vestito diventa il primo passo per entrare in un gruppo, per farsi delle amicizie, per farsi più carini agli occhi degli altri o per far capire che sei alla moda, segui le tendenze… insomma, la moda è uno strumento potente, essere alla moda è una specie di passepartout per essere accolti bene, apprezzati, ma, nonostante ciò, credo che vada utilizzato con cautela: non si deve arrivare a fare qualcosa solo perché lo fanno gli altri.
Tra le cose che vanno di moda ce ne sono alcune che ho sempre trovato ridicole: la mania dei tatuaggi, per esempio. Ricordo che qualche anno fa tutti li consideravano una cosa pazzescamente stupenda e per questo se li facevano, ma dopo un po’ sono stati in tanti a pentirsene e così hanno finito per mettersi nelle mani dei chirurghi per poterli eliminare, alcuni perché il tatuaggio ricordava loro un periodo brutto che volevano buttarsi alle spalle, altri, semplicemente perché quel tatuaggio non piaceva più. La stessa cosa succede con i vestiti: prima ti piacciono tanto, poi c’è qualcosa di più bello, di più “alla moda”, si mettono da parte e si cambia pagina.
Io preferisco la moda casual perché mi piace tantissimo improvvisare; anche se mi preoccupo sempre di scegliere con cura orecchini e accessori per abbinarli agli abiti, trovo il casual un modo di vestirsi pratico, adatto alla vita di tutti i giorni, senza regole, restrizioni, confini. Non nego che qualche volta la preoccupazione di “essere alla moda” possa di per sé diventare una costrizione, ma ciò dipende dal buon senso che varia da persona a persona. A me piace vestirmi in modo da essere comoda, libera, a mio agio, ma trovo sempre qualcosa di carino e di particolare che mi rende diversa da chi si veste più o meno nello stesso modo: è così che cerco di personalizzare il mio abbigliamento.
Per certa gente, il fatto di vestirsi in modo casual, che ha alla base l’essere liberi, contro corrente, diventa una mania, una regola fissa, una dipendenza come quella dalle altre mode. Certo queste persone non sono aiutate da radio, televisione, riviste che, per incrementare le vendite, ci bombardano di immagini e filmati di sfilate internazionale, di pubblicità sui capi di abbigliamento che vanno al momento, di interviste e vicende private di idoli di adolescenti che spesso vengono ripresi con addosso abiti di stilisti famosi. E’ anche per questo che alla fine sono tanti quelli che non vogliono più indossare niente che non abbia una qualche griffe, i maniaci della roba firmata.
Io non ho niente contro la moda, mi piace molto, ma, devo dirlo, non ne sono ossessionata. Mi piace vedere i miei coetanei ben vestiti, ma trovo molto superficiale chi finisce per escludere compagni dalla propria cerchia, facendo distinzioni legate soprattutto al modo in cui essi possono vestirsi.
Non è una novità che le famiglie possono avere difficoltà economiche per stare al passo con i tempi e per seguire mode che, purtroppo, oggi cambiano troppo in fretta ed è terribile sentirsi esclusi solo per questo. Alla fine, voglio dire, è meglio essere che avere: meglio essere davvero una bella persona che pensare di esserlo solo per il fatto di avere un bell’abbigliamento.
E’ vero che con un vestito si può comunicare il proprio modo di essere, ma non bisogna fermarsi alle apparenze, si deve guardare dentro le persone. In fondo, il vecchio detto dell’abito che non fa il monaco rimane sempre valido e la vera moda è sentirsi bene, a proprio agio con se stessi.
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"E io canto l'altra faccia del calcio,
quella opposta alla violenza, quella vera.
Persone fatte di nervi e sentimenti,
che si battono per difendere qualcosa che appartiene anche alla collettività".
INCONTRO CON L'ALLENATORE DELLA BITTESE ALBERTO CONTI
"Educare allo sport"
Pochi giorni fa è venuto a scuola l’allenatore della Bittese Alberto Conti per farci una lezione sullo sport.
Dopo che ci ha spiegato cose molto importanti, ci ha consigliato sui comportamenti corretti nello sport, sulla lealtà, il rispetto dell’avversario… Ci ha ricordato che è utile praticare uno sport perché esso aiuta a crescere bene fisicamente e mentalmente. Non è tanto importante praticare uno sport a un livello agonistico, quanto perché ci dà una mano a vivere una vita sana e corretta. Un’altra cosa importante è che non si deve trascurare lo studio e ci ha dato consigli sul fatto che, se sappiamo organizzarci, c’è tempo per tutte e due le cose.
Io mi sono trovato d’accordo su quello che ha detto perché nella mia esperienza ho constatato tutti i cambiamenti che ci sono stati in me da quando frequento gli allenamenti di calcio. La discussione si è spostata poi sul problema della violenza negli stadi e sulle lotte che avvengono tra tifosi che niente hanno a che fare con lo sport.
Ma soprattutto, attraverso il racconto della sua esperienza, il signor Conti ha voluto darci una lezione di vita, un esempio su come bisogna vivere lo sport e sugli effetti positivi che esso ha.
La passione del calcio lo ha portato dal bambino che giocava, talvolta di nascosto, a tutte le ore con gli amici del suo quartiere al gioco come professionista, all’attività di allenatore che, ha detto, è quella che gli ha dato le più grandi soddisfazioni.
Ci ha detto che è stato allenatore di Gianfranco Zola e che ha creduto in lui quando i dirigenti non avrebbero scommesso una lira sul suo successo: Zola era piccolo, con un fisico debole e tutti preferivano ingaggiare giocatori con un fisico ben strutturato. Ma Zola amava il calcio, era costante negli allenamenti ed era anche bravo tecnicamente. Per questo è riuscito ad arrivare a livelli molto alti e il signor Conti è fiero di avergli fatto fare i primi passi.
L’allenatore della Bittese è una persona molto conosciuta e stimata perché ha allenato la squadra per sei anni, anche se non consecutivi, e perché l’ha fatta vincere. Tra i risultati positivi, quello che ricorda maggiormente e di cui è più orgoglioso c’è la coppa Italia. In particolare ci ha ricordato che la squadra è stata considerata anche la più corretta, la meno “fallosa” di tutte quelle che hanno partecipato.
Questo incontro mi è piaciuto molto e ci ha coinvolto tutti perché è stata un’occasione diversa per imparare come bisogna comportarsi, come seguire le regole, a scuola, come nello sport. Spero che prima della fine dell’anno scolastico la scuola organizzi altri incontri così interessanti.
Riccardo
Il 5 febbraio è venuto a trovarci in classe l’allenatore della Bittese, Alberto Conti, che ci ha spiegato a cosa serve lo sport e come la pratica di qualsiasi attività sportiva forma le persone fisicamente e nel carattere. Quando uno fa sport, se deve studiare, studia meglio perché si sente più rilassato.
Lo sport aiuta le persone timide a non esserlo e con lo sport si fanno tante amicizie, come è successo a lui, che da piccolo aveva un carattere molto timido.
Ha giocato a calcio fino all’età di 29 anni, poi ha smesso e ha iniziato ad allenare varie squadre. Ha anche vinto delle coppe come la coppa Italia, un riconoscimento alla Bittese come squadra più disciplinata: è stato con i ragazzi di Bitti e come allenatore che ha avuto le più grandi soddisfazioni. - Qui, ha detto, - c’è la cultura dello sport, ho visto i ragazzi che alleno crescere e migliorarsi anno dopo anno, ma si deve avere costanza e impegno per ottenere il massimo risultato.-
Con lui abbiamo anche parlato di quello che succede nel mondo del calcio e della violenza di certi ultras che ha rovinato l’immagine del calcio come sport, come spettacolo, come occasione per tutti di divertirsi e provare emozioni. Sulla violenza negli stadi pensa che potrebbe risolversi il problema se si utilizza il metodo che hanno adottato in Inghilterra. Le squadre sono state sospese dal campionato per due anni, i tifosi violenti vengono condannati e scontano tutta la pena, i biglietti di ingresso sono nominativi e inoltre, sono stati migliorati i sistemi di sicurezza con telecamere dappertutto, negli stadi.
Ci ha detto che praticare uno sport è importante, ma che non si deve trascurare lo studio. Il sogno di diventare un grande calciatore si avvera raramente, bisogna lasciarsi aperte anche altre strade. Così, chi non avrà successo con lo sport, lo avrà in altri campi, svolgendo una professione che potrà dare ugualmente tante soddisfazioni e continuerà a praticarlo per hobby.
Matteo D
Lo sport educa le persone, insegna ad avere rispetto degli altri e delle regole, aiuta chi lo pratica psicologicamente e fisicamente.
Lo sport procura benessere, diverte, ma non si devono trascurare gli studi per praticarlo: lo studio servirà sempre, soprattutto per avere una propria cultura che tornerà sempre utile in qualsiasi occasione, ma anche per svolgere un lavoro o una professione che dia soddisfazioni e permetta di vivere dignitosamente, dando il proprio contributo nella società in cui si vivrà da grandi.
L’allenatore della Bittese, che è venuto a trovarci, ci ha parlato di certi ragazzi, che, a volte spinti dai genitori e dal desiderio del successo, finiscono per trascurare gli studi e si ritrovano senza alcun titolo di studio. Al contrario, ci sono ragazzi che riescono bene nello sport, si sono migliorati sul piano fisico e su quello tecnico del gioco di squadra, ma non hanno mai abbandonato gli studi perché non si deve rimanere ignoranti. Se si è sufficientemente organizzati si riesce a fare bene tutto e con la costanza negli allenamenti alcuni ragazzi sono riusciti a giocare in prima squadra anche a 16 anni.
La parola d’ordine nello sport è la DISCIPLINA. Bisogna impegnarsi molto, quindi, a scuola e al campo di calcio non si deve andare per perdere tempo o per disturbare chi deve e ha voglia di imparare. Se non seguiamo le lezioni danneggiamo noi stessi, mentre, se si sta attenti, si guadagna tempo, si può studiare un po’ meno a casa e dedicare più tempo ad altri interessi.
Per riuscire e avere successo a scuola e nelle attività sportive occorre applicarsi, pensare che si può raggiungere l’obiettivo che ci siamo posti: a scuola un buon voto o il miglioramento delle nostre conoscenze, nello sport il miglioramento fisico, il successo e la vittoria della propria squadra.
Anche quando non si è convocati per giocare, applicarsi nello sport è importante per essere sempre pronti a partecipare alle partite, ma soprattutto per tenersi in esercizio per il bene del proprio corpo. Così non si rischia di diventare obesi, di morire d’infarto, di invecchiare più precocemente.
Il signor Conti, per farci capire l’importanza del movimento per il nostro corpo ha usato la metafora del corpo umano come macchina. Se una macchina non si usa, non si mette in moto finisce per arrugginirsi e per guastarsi. Per questo, ha detto che muoversi, fare sport è indispensabile. Qualunque sport è utile, ognuno di noi ne dovrebbe praticare uno, non importa che sia il calcio o un’attività di atletica leggera, uno sport di squadra o individuale: quello che conta è il beneficio che il nostro corpo trae dal movimento. Dobbiamo anche avere cura del nostro corpo, ricordarci che bere e fumare, fare una vita sregolata, non dormire abbastanza, seguire un’alimentazione sbagliata può danneggiarlo gravemente.
Durante l’ora che è rimasto in classe, Conti ci ha anche parlato della sua esperienza personale: da piccolo era timido, impacciato, non molto loquace, arrossiva facilmente. Crescendo, tramite gli allenamenti, il suo corpo è diventato più robusto e, grazie all’educazione ricevuta in famiglia, a scuola e sul campo di calcio si è trasformata anche la sua persona, il suo carattere, che è diventato più aperto alle relazioni con gli altri, più sicuro di sé. Con la pratica dello sport è diventato più puntuale nel rispetto degli orari e più impegnato quando si pone degli obiettivi. Con la Nuorese ha giocato fino all’età di 29 anni, quando ha deciso di dedicarsi all’allenamento delle squadre giovanili. Gli hanno proposto anche di andare fuori, lontano da Nuoro, ma non ha mai accettato sia perché ha la necessità di conciliare l’attività di allenatore con il lavoro che svolge, sia perché qui si trova bene, ha trovato ragazzi qualificati che ha visto crescere e gli hanno dato soddisfazioni.
Patrizio
Qualche giorno fa è venuto in classe l’allenatore della Bittese Alberto Conti, che ci ha presentato lo sport come la sua grande passione. In effetti, anche per me lo sport è una passione, purché sia praticato dagli altri. Non posso dire, infatti, di essere un grande sportivo e ciò dipende dal fatto che in questo campo non ho avuto esperienze molto positive. Da piccolo praticavo il judo, ma la lotta non faceva per me e ho abbandonato questo sport per il calcio.
Anche qui ho avuto un’esperienza negativa: c’erano certi ragazzi più grandi di me, che vedendo che non sapevo giocare molto bene, non facevano altro che prendermi in giro. Ho cambiato di nuovo e mi sono dedicato alla pallavolo, che forse è lo sport più adatto a me, ma anche lì ci vuole molto impegno e costanza e io non voglio trascurare la scuola e i compiti…. In conclusione, non avendo mai ottenuto particolari risultati, lo sport non mi dice molto o non sono una grande sportivo.
Da questo incontro, però, ho capito che lo sport, praticato nel modo giusto fa bene al corpo e alla mente; non ci sono persone o fisici più o meno adatti per fare sport: se si è deboli e gracili ci si può irrobustire e diventare più forti. Per questo si deve cercare uno sport adatto alla propria personalità e al proprio fisico, credere in se stessi e nelle proprie capacità, come presupposto indispensabile per riuscire ad ottenere risultati. E una volta che lo sport sarà entrato a far parte della nostra vita non se ne potrà più fare a meno.
Il signor Conti ci ha anche parlato del rapporto che ha con i suoi allievi e della fiducia che riesce a dare alla squadra. Ha anche detto di essere molto tollerante con loro. A volte perdere significa riconoscere lealmente la forza del proprio avversario oppure fare una riflessione su quello che si è sbagliato nel corso della partita, cosa importante perché si impara anche dai propri errori: in ogni caso, anche una sconfitta può trasformarsi in un’occasione educativa utile per crescere, per essere più leali, più solidali con i compagni che possono aver sbagliato, per rafforzare lo spirito della squadra.
La cosa che conta nel fare sport è la partecipazione, il fatto di dare il massimo, cogliendo l’occasione di confrontarsi con gli altri, ma sempre nel rispetto delle regole, perché gli avversari sono semplici antagonisti da affrontare lealmente, non dei nemici.
Questo discorso ci ha portato a parlare di quello che sta succedendo negli stadi italiani da un po’ di tempo, sia tra i giocatori che tra i tifosi e delle forme di violenza accadute recentemente allo stadio di Catania, durante la partita. Fare una riflessione su questi episodi è fondamentale.
Sostenere e incoraggiare la propria squadra con cori, striscioni o altro può essere una cosa positiva. ma ci sono tifosi che si lasciano andare a forme di guerriglia, alla violenza, alle distruzioni e ai danneggiamenti che abbiamo visto nei telegiornali recentemente, agli omicidi veri e propri, com’è successo a Catania. Comportamenti del genere sono dovuti alla mancanza di cultura sportiva. Molti italiani, se la propria squadra non vince ne fanno una tragedia.
E la stessa mancanza di cultura sportiva è alla base di molti episodi e scorrettezze che hanno dato al mondo del calcio un’immagine negativa, fino ad arrivare a reati sportivi veri e propri come le partite truccate, o all’uso di stupefacenti nell’intento di aumentare in modo poco leale le proprie prestazioni di giocatore. Tutte queste cose tolgono allo sport in generale il senso della correttezza e dell’affrontarsi in modo competitivo ma leale che dovrebbe caratterizzarlo. I giocatori non sono dei manichini nelle mani dei tifosi che non vogliono essere delusi e li vogliono scattanti a tutti i costi.
Questo incontro con l’allenatore della Bittese è stato molto utile perché ha permesso a tutti noi di riflettere su tutto questo, sull’utilità dello sport e sul modo corretto di viverlo.
Matteo M.
Lunedì scorso è venuto in classe il signor Alberto Conti, l’attuale allenatore della squadra di calcio del paese. Ha iniziato parlandoci dello sport in generale e ci ha detto che esso non si deve considerare come puro divertimento, ma come qualcosa di fondamentale, soprattutto per noi giovani. Lo sport, infatti è molto utile per due motivi: ci aiuta a crescere bene fisicamente, ma è anche importante per la nostra maturazione, per lo sviluppo della nostra personalità e ci abitua a convivere con gli altri.
Ci ha parlato della sua esperienza sportiva, della sua passione, coltivata fin da quando era bambino e di come ha deciso di non abbandonare l’attività, anche se oggi non se ne occupa più come giocatore, ma come allenatore per trasmettere la sua bravura e la stessa passione ad altri giocatori. Ci ha detto che nel suo lavoro ha potuto conoscere tante persone e che si è fatto molte amicizie: tra queste, una di quelle che ha ricordato è quella con il campione Gianfranco Zola.
Ci ha confidato che per lui non si tratta di un vero e proprio lavoro, ma di un hobby che pratica nel tempo libero con lo stesso entusiasmo di quando era bambino perché dà tante soddisfazioni, la più grande delle quali è veder crescere e migliorarsi i suoi allievi e portarli ad importanti traguardi.
Se n’è andato salutandoci calorosamente, non prima di averci ricordato ancora una volta che fare sport è importante.
A mio parere, è stato un incontro molto importante e credo che i miei compagni la pensino allo stesso modo.
Daniela
Lunedì l’allenatore della Bittese ci ha parlato della sua esperienza nel modo del calcio, dello sport e del posto importante che esso deve occupare nella vita di noi giovani.
Fare sport, infatti, potenzia il fisico e definisce il nostro carattere. Lui, per esempio, che da piccolo era molto magro, chiuso, particolarmente timido, con lo sport è diventato più forte e robusto fisicamente, mentre per quanto riguarda il carattere è diventato più deciso, sicuro di sé, più socievole.
Conti ha ricordato a tutti che giocare a calcio è importante, ma non bisogna mai trascurare gli impegni scolastici: il segreto è sapersi organizzare e mantenere la stessa costanza in entrambe le attività.
Conti ha iniziato da piccolo a giocare; inizialmente lo faceva per le strade e le piazze con i suoi compagni, poi ha deciso di coltivare la sua passione giocando con squadre di una certa importanza e migliorando sempre di più le sue competenze.
Giocando e allenando ragazzi, ha conosciuto tante persone, tra cui il campione Zola, che ci ha portato come esempio per il modo in cui ha vissuto il calcio, per l’impegno che ha dedicato all’attività e che l’ha portato al successo. Soprattutto ci ha fatto capire che Zola, anche se giocava ai massimi livelli in squadre italiane e straniere, è rimasto un ragazzo umile, simpatico, non si è mai montato la testa.
Ci ha poi parlato della sua attività come allenatore e delle grandi soddisfazioni che gli ha procurato.
Abbiamo discusso con lui anche della violenza negli stadi e ci ha detto che è contrario al modo in cui certa gente cerca di sostenere la propria squadra. Il calcio è nato come gioco, come divertimento, ma quello che sta succedendo negli stadi, con l’ignoranza di teppisti e vandali che seminano terrore fra gli spalti e fuori dallo stadio, ha rovinato tutto quello che c’era di positivo. Non è concepibile che una persona abbia paura di andare ad assistere ad una partita per colpa di questi incoscienti.
Spero che, alla luce degli ultimi fatti avvenuti in Sicilia, che hanno sconvolto tutti, si possa trovare una soluzione a questo gravissimo problema. Per ora hanno deciso di giocare le partite a porte chiuse, finché non si troveranno sufficienti garanzie di sicurezza. Ma è solo una soluzione provvisoria. D’altra parte, nel mondo del calcio ci sono interessi economici enormi e penso che non possa essere “punito” per troppo tempo con la chiusura degli stadi per i tifosi.
Eleonora